Libertà e individualità nella coppia

coppiaLe motivazione che spingono una coppia a rivolgersi ad un terapeuta sono molteplici e includono: difficoltà di comunicazione, problemi sessuali, divergenze di approccio come genitori, tradimenti, malattie, ecc.

Inoltre, in alcuni casi ci si rivolge a un terapeuta perché i partner hanno perso, all’interno della coppia, la loro individualità e desiderano ritrovare libertà e spazio personale. In questi casi, la libertà individuale soccombe alla dimensione duale, che prende sempre più spazio illudendo le singole parti che la loro esistenza è valida solo alla presenza dell’altro.

Quando, all’interno di una relazione affettiva, si vive una libertà insufficiente, significa che la coppia non garantisce e non tutela l’individualità dei partner, la dimensione del “noi” è diventata predominante. Spesso, si cade nell’errore di considerare l’individualità come un “tradimento” verso l’altro, quando invece rappresenta un momento in cui ricaricarsi, rigenerarsi, crescere per poi tornare con maggior voglia alla dimensione di coppia.

Tra i partner è quindi fondamentale il rispetto della libertà altrui e della sua realizzazione personale. La coppia simbiotica, controllante e inglobante è un luogo angusto, ansiogeno, non armonico, in cui non c’è libertà. La conseguenza è che la coppia, invece di arricchirsi, si usura e il rapporto non è più appagante.

Una relazione affettiva è soddisfacente quando vi è equilibrio tra unione e separazione, quando queste due dimensioni sono rispettate. Chi è in grado di separarsi dalla dimensione di coppia, vive come un’occasione di benessere il momento in cui si riunisce, accrescendo il proprio senso di unicità soggettiva.

L’armonia all’interno della coppia è pertanto garantita dal libero fluire tra vicinanza e indipendenza, tra fusione con l’altro e individualità. Il proprio spazio deve però essere vissuto senza menzogne, giustificazioni o sensi di colpa poiché si creerebbe altrimenti un clima di sfiducia in entrambe i partner, perdendo la possibilità di godere a pieno della propria libertà.

 

– La terapia di coppia

La psicoterapia di coppia rappresenta uno spazio, reale ed emotivo, all’interno del quale la coppia può affrontare un momento di difficoltà attraverso la guida di una figura esterna ed esperta. L’obiettivo della psicoterapia di coppia è quello di consentire ai partner di ritrovare armonia e dinamicità all’interno della loro relazione, in modo fluido, accettando l’altro per ciò che è.

I partner in difficoltà, grazie al percorso di psicoterapia di coppia, riescono a comprendere meglio la posizione dell’altro, ampliando le loro capacità epatiche e di negoziazione. Infatti, capire l’altro, anche nelle relazioni più durature, non è una competenza ovvia e scontata.

Inoltre, la terapia offre la possibilità di poter migliorare la comunicazione all’interno della coppia, riducendo i litigi e gli scontri che nascono spesso da incomprensioni o dall’impossibilità di dire all’altro come ci fa sentire. Esprimere all’altro le proprie emozioni e i propri vissuti circa la relazione diventa infatti un punto di forza della coppia, che sostituisce l’atteggiamento critico e giudicante.

All’interno della terapia, il terapeuta può aiutare i partner a ridefinire l’aggressività, la gelosia e il senso di colpa nel rispetto delle caratteristiche, dei bisogni e delle difese dei due partner, con l’obiettivo di far diventare le differenze e l’individualità del singolo punti di forza della coppia.

 

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Omosessualità, omofobia e disagio psicologico

Frasi-sullomofobiaUna persona si definisce omosessuale quando prova sentimenti di innamoramento, desiderio ed attrazione erotica nei confronti di persone dello stesso sesso. Nonostante esistano svariate teorie di tipo sia biologico che psicologico, allo stato attuale non esiste ancora uno studio scientifico o un’ipotesi ufficiale che possa spiegare perché una persona diventi omosessuale e perché un’altra diventi eterosessuale.

L’omosessualità è stata considerata per molto tempo come una malattia, una perversione, ma le è stata tolta questa etichetta dalla psichiatria a partire dalla metà degli anni ‘70. Quindi, sul piano scientifico è stata posta fine alla criminalizzazione, alla colpevolizzazione e medicalizzazione dell’omosessualità, eppure ancora oggi permane un diffuso atteggiamento discriminatorio, di pregiudizio, di rifiuto, di condanna e patologizzazione dell’omosessualità.

Infatti, gli omosessuali continuano a essere vittime di una società fortemente omofoba ed eterosessista. Omofobia significa, letteralmente, “paura nei confronti di persone dello stesso sesso”, indica l’intolleranza e i sentimenti negativi che le persone hanno nei confronti degli omosessuali. Può manifestarsi in modi molto diversi: dalla battuta, alle offese verbali, fino a vere e proprie minacce o aggressioni fisiche. Deriva dalla falsa credenza che siamo tutti eterosessuali e che è normale e sano scegliere un partner del sesso opposto, inoltre il pregiudizio è rinforzato dall’ignoranza e dalla mancanza di contatti con la diversità

Tale visione è influenzata da credenze e valori che si impongono nei nostri pensieri come dogmi ancor prima di sapere il significato di omosessualità, per cui, una cultura omofoba non può che partorire soggetti convinti che essere gay sia assolutamente sbagliato.

Si può parlare di pressione morale quando l’omofobia, appresa nel contesto socio-culturale, innesca un processo per cui anche gli omosessuali stessi vorrebbero rinnegare se stessi, perché si sentono in errore, si vedono drammaticamente sbagliati.

L’omofobia interiorizzata indica l’insieme di sentimenti (rabbia, ansia, senso di colpa, ecc.) e atteggiamenti negativi verso caratteristiche omosessuali in se stessi e nelle altre persone. Il suo sviluppo è considerato, tuttavia, un processo normale nella vita degli omosessuali in quanto è un’inevitabile conseguenza del fatto che tutti i bambini sono esposti alle norme etero-sessiste ed hanno sperimentato, nel corso della propria crescita, atteggiamenti ed emozioni negative verso la propria omosessualità.

Inoltre, l’omofobia è così diffusa nella nostra società che la maggior parte dei giovani omosessuali ha avuto genitori con idee, anche solo vagamente, omofobe e, nel corso della propria infanzia e adolescenza, ha frequentato insegnanti, compagni di scuola, amici di famiglia, etc., omofobi.

Pertanto, durante il periodo di esplorazione della propria identità sessuale, che avviene durante l’adolescenza, è già consapevole della mancanza di approvazione del comportamento omosessuale da parte della società e ha già appreso, dal contesto culturale, che provare sensazioni omoerotiche è meritevole di vergogna. È spesso inevitabile che durante l’adolescenza gli omosessuali si percepiscano come diversi e inadeguati, scegliendo in alcuni casi il ritiro sociale e l’isolamento.

Dalle ricerche scientifiche sull’argomento risulta che gli omosessuali presentino un’alta prevalenza di disturbi psichiatrici, tra cui depressione, attacchi di panico, ansia generalizzata, tentativi di suicidio.

Lo stigma, il pregiudizio e la discriminazione creerebbe un ambiente sociale così stressante da favorire lo sviluppo dei disagi psicologici. In particolare, il processo di stress dipenderebbe da diversi fattori collegati tra loro, quali: gli eventi dove si è vittima del pregiudizio, discriminazione e violenze; l’aspettativa del rifiuto da parte degli altri; il bisogno di doversi  nascondere; le strategie di coping inadeguate; la mancanza di supporto sociale e, infine, l’omofobia interiorizzata. Questa ipotesi è stata definita con il termine minority stress e attualmente sembra essere la teoria più appropriata per spiegare l’alta prevalenza di disturbi psichiatrici negli omosessuali.

Dunque, ciò che porta disadattamento e sofferenza non è essere gay o lesbica, ma è l’ignoranza, l’omofobia, il bullismo, l’emarginazione, che rendono complessa la possibilità di essere se stessi.

I pregiudizi e la chiusura mentale, l’incapacità di capire e l’incapacità di mettersi nei panni dell’altro, fanno di un omosessuale una persona infelice.

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Suggerimenti:

Identità, differenze di genere e orientamento sessuale: https://ansiosamenteblog.wordpress.com/2016/07/18/identita-differenze-di-genere-e-orientamento-sessuale-ecco-i-conflitti-interiori-di-chi-e-discriminato-dalla-societa/

 

Storie d’amore del passato che tormentano il presente

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“Mi ritorni in mente

Bella come sei, forse ancor di più

Mi ritorni in mente

Dolce come mai, come non sei tu.”

L. Battisti

 

Molte persone pensano di aver perso il vero amore, la persona giusta, conosciuta magari nel momento sbagliato. Si ritorna, anche dopo anni, col pensiero a storie passate, delle volte anche semplici frequentazioni, con sentimenti di nostalgia e rimpianto, fantasticando su come era bello e appagante stare con quella persona.

In alcuni casi, infatti, l’amore rimane quasi cristallizzato. Eppure i racconti di queste storie così profondamente rimpiante non sono sempre felici, anzi spesso è esattamente il contrario. Si tratta spesso di relazioni in cui l’altro detiene il potere emotivo, a tal punto che quando se ne va tutto si tinge di grigio e l’unica cosa che rimane è il ricordo. Delle volte sono anche relazioni  tempestose, fatte di liti, scenate o di terzi che si aggiungono alla coppia. Nonostante tutto l’altro è idealizzato, l’unico in grado di poterci donare la felicità che cerchiamo.

È bene chiarire che il grande amore si fonda su un rapporto semplice, spontaneo, naturale e non è mai burrascoso. Se c’è sofferenza, se ci si lascia e ci si riprende, se l’altro ci tiene in pugno non è di certo l’anima gemella che può garantirci una relazione serena. Un buon amore è fatto di corrispondenze tra la nostra identità più profonda e l’altra persona, con la quale questa energia ha una grande affinità.

Inoltre, va ricordato che ogni partner è strettamente legato al momento temporale che si sta vivendo, si adatta al proprio percorso di vita, alla propria crescita individuale rendendolo poi inadeguato in futuro se la crescita non avviene insieme.

Tuttavia, succede di non riuscire a dimenticare un amore del passato, di crederlo ancora oggi il migliore per sé, nonostante il tempo trascorso e nonostante la crescita personale. Si tratta di un’illusione, che può anche diventare un’ossessione, che impedisce all’individuo di godere della freschezza del momento presente, rendendogli difficile la possibilità di aprirsi a nuovi partner magari più adeguati. Rivolgere lo sguardo al passato, a quello che poteva essere e invece non è stato, è un modo per non occuparsi di sé. Il grande amore del passato diventa quindi un alibi per non mettersi in gioco di nuovo e trovare la persona più affine al proprio momento di vita. Questo accade spesso perché il dolore della separazione è stato troppo grande, troppo profondo, e non è stato a pieno metabolizzato ed elaborato. Il dolore intrappola nel passato perché è da lì che nasce, rendendo prigionieri di un sogno ormai irreale. La paura di quel dolore paralizza il presente e impedisce di poterlo vivere a pieno rimettendosi in gioco, è più facile rifugiarsi in quello che era perché è più rassicurante rispetto a un futuro incerto. Inoltre, il ricordo del passato ci fa sentire al sicuro e meno soli.

Quando una storia finisce, è perché non è più valida allo sviluppo della nostra vita. Se non è durata è perché qualcosa dentro di noi già sapeva che non era adatta alle nostre esigenze più profonde, anche se in quel momento non ne eravamo pienamente consapevoli.

 

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Stalking: quando l’amore diventa un ossessione.

2_5eb60a35caNessuno, di fronte alle donne, è più arrogante, aggressivo e sdegnoso dell’uomo malsicuro della propria virilità.
(Simone de Beauvoir)

Intrusione nella vita privata, atteggiamenti molesti, ossessione e persecuzione sono gli elementi che caratterizzano lo stalking. Il termine deriva dal verbo inglese “to stalk” (ossia “fare la posta”, “caccia furtiva”, “avvicinarsi di soppiatto”) ed è stato coniato per la prima volta nel 1997 per indicare quell’insieme di comportamenti ripetuti e invadenti in cui l’altro viene sorvegliato, pedinato e controllato con l’obiettivo di ottenere un contatto o un avvicinamento.

Il soggetto di queste attenzioni e comportamenti non graditi si trasformerà rapidamente in “vittima”, precipitando, dopo un iniziale fastidio, in un baratro di ansia, paura e preoccupazione, che possono interferire con il normale scorrere della vita quotidiana.

Chi è lo stalker?
Il persecutore può essere un estraneo oppure una persona conosciuta dalla vittima, spesso un ex amante che spera di recuperare il rapporto o che desidera vendicarsi.

L’obiettivo dello stalking, nella maggior parte dei casi, è quello di stabilire una relazione sentimentale, attraverso un’invasione della vita dell’altro, imponendo la propria presenza e insistendo anche di fronte a dei rifiuti. Inoltre, talvolta, il persecutore può essere affetto da gravi disturbi psichici, che fanno sì che si convinca di essere sentimentalmente ricambiato o, addirittura, di intrattenere una relazione sentimentale con la vittima. Solitamente questi comportamenti si protraggono per mesi o anni, il che evidenzia la componente patologica dello stalking.

La Sezione Atti persecutori del Reparto Analisi Criminologiche dei Carabinieri ha distinto gli stalker in 5 tipologie:
– il “risentito”: nutre rancore e risentimento, poiché convinto di aver subito degli ingiusti torti sentimentali (tipicamente un ex-partner);
– il “bisognoso d’affetto”: colui che desidera trasformare un rapporto non sentimentale (per esempio un amico o un collega) in una relazione amorosa, convito di poter convincere l’altro attraverso pressioni e insistenza;
– il “corteggiatore incompetente”: colui che, in genere per un tempo limitato, risulta opprimente e invadente perché non conosce le regole del corteggiamento sano;
– il “respinto”: essendo stato in precedenza rifiutato dalla vittima, vorrebbe vendicarsi per il rifiuto precedente e, allo stesso tempo, intrecciare una relazione con la vittima;
– il “predatore”: in questo caso l’obiettivo è prettamente sessuale. Lo stalker prova eccitazione nel perseguitare la vittima e nell’incuterle paura (per esempio voyeur e pedofili).

Pertanto, colui che mette in atto lo stalking sente un profondo legame e nutre intenso attaccamento verso la vittima, la quale però non ricambia tali sentimenti, anche se in passato può esserci stata una relazione sentimentale.

La relazione tra vittima e persecutore è caratterizzata dell’ossessione di quest’ultimo, che porta avanti un inseguimento ripetuto, indesiderato ed invasivo, tale da poter danneggiare la privacy e la salute psicofisica della vittima.

Il persecutore desidera e spera di intrattenere, o di poter riottenere, una relazione intima con l’oggetto della propria ossessione. Questa ossessione può divenire pericolosa e distruttiva, poiché lo stalker, in seguito ai ripetuti e non accettati rifiuti, può vivere elevati livelli di rabbia e di impulsività che non è capace di gestire. La difficoltà nel controllare le proprie emozioni e nell’inibire l’impulsività possono causare una mancanza di controllo comportamentale, che lo induce ad attuare intimidazioni e atti aggressivi verso la vittima.

Lo stalking è, dunque, un comportamento molesto o minaccioso che un individuo adotta in maniera ripetitiva (per esempio sms, lettere, pedinamenti, appostamenti, danneggiamenti delle proprietà della vittima, etc.), che può essere considerato tale se, e solo se, la vittima sperimenta una condizione di profonda angoscia. La paura rappresenta l’elemento fondamentale che permette di inquadrare lo stalking in termini legali, rendendolo perseguibile.

Le ripercussioni dello stalking sulla vittima
Dalle numerose ricerche svolte per valutare quali conseguenze si possano avere sulle vittime di stalking, emergono gravi ripercussioni a livello psicologico, lavorativo e relazionale.

Molte vittime sono costrette ad applicare dei notevoli cambiamenti nello stile di vita e nelle attività quotidiane, riducendo le attività sociali, trovandosi costrette anche a cambiare casa o lavoro.

Dal punto di vista psicologico ed emozionale, i sintomi più comunemente riportati dalle vittime di stalking sono paura, ansia, rabbia, sensi di colpa, vergogna, disturbi del sonno, reazioni depressive con sensazioni di impotenza, disperazione, paura e comparsa di idee suicidarie. Sul piano della salute fisica sono stati riscontrati disturbi dell’appetito, abuso di alcool, insonnia, nausea e aumento dell’uso di sigarette.

Tuttavia, non tutte le vittime di stalking reagiscono allo stesso modo. Infatti, i sintomi psicologici possono essere transitori e dipendono dalla capacità della vittima di adattarsi e far fronte ad un evento traumatico.

Lo stalking, pertanto, non si limita a minare solo la vita privata della vittima, ma causa notevoli disagi anche sulla saluta psichica. Un aiuto psicoterapeutico può sostenere la vittima, aiutandola a recuperare la propria libertà e la propria serenità, limitando gli effetti traumatici dello stalking. Infatti, un ambiente terapeutico empatico e non giudicante, permette alla vittima di sentirsi a suo agio, capita e sostenuta, in un contesto protetto che la possa aiutare a recuperare fiducia e speranza.

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Le fasi psicologiche della gravidanza

gravidanza-07La gravidanza è un processo che invita a cedere alla forza invisibile che si nasconde nella vita.
(Judy Ford)

I nove mesi della gestazione servono sia all’embrione, affinché possa svilupparsi e crescere trasformandosi in un bambino, sia alla madre, affinché possa prepararsi ad accogliere fisicamente e psicologicamente il neonato.

I mutamenti psicologici che la madre attraversa durante la gravidanza sono propedeutici a renderla una madre pronta a prendersi amorevolmente cura del suo bambino. I nove mesi della gestazione aiutano la donna a sviluppare un profondo senso di attaccamento, che le consentirà di accudire il proprio bambino dopo la nascita e negli anni futuri.

Durante questi lunghi mesi della gravidanza, la donna incinta vede alternarsi fasi psicologiche molto diverse tra loro.

Il primo trimestre

Il primo trimestre è caratterizzato dalla scoperta della gravidanza, che crea una rivoluzione nella vita della donna e che richiede la ricerca di un nuovo equilibrio. Fisicamente il corpo della donna è soggetto ad intensi mutamenti ormonali e fisiologici, che possono arrecare dei fastidi come stanchezza, nausea, cambiamenti dell’umore, ecc.. Inoltre, i primi tre mesi sono una fase delicata della gravidanza a causa del rischio di interruzioni spontanee e precoci. Pertanto, la donna in alcuni casi la donna non riesce a gioire a pieno della gravidanza, perché sopraffatta dai timori e dalle ansie.

Vi sono, inoltre, delle preoccupazioni legate allo stato di salute del bambino. Infatti, preoccupazioni molto comuni sono relative allo sviluppo adeguato e normale dell’embrione, che non abbia malattie genetiche, malformazioni o altre patologie. Da questo punto di vista, farsi costantemente seguire dal personale medico o ostetrico è un modo per trovare risposte a dubbi e paure legittimi e comprensibili. È quindi importante per la donna trovare del personale medico che sia, dal punto di vista professionale e umano, in grado di accogliere, senza pregiudizio, le preoccupazioni e gli stati d’animo della madre.

Il secondo trimestre

Il secondo trimestre appare come un periodo nettamente diverso. È possibile rasserenarsi maggiormente circa l’eventualità di un aborto spontaneo, lasciandosi trasportare finalmente dalle fantasie relative al bambino e alla propria maternità. Inoltre, lo stato fisico della madre ritrova rinnovato benessere ed energia, rendendo questi mesi i migliori, sia dal punto di vista fisico che psicologico.

In particolare, per quanto riguarda la sessualità, nei primi mesi il timore di poter nuocere all’embrione condiziona nettamente la vita sessuale di molte coppie. Invece, il secondo trimestre consente di ritrovare una maggiore intimità di coppia, grazie anche al fatto che il corpo della donna consente ancora una certa agilità nei movimenti.

Dal punto di vista psicologico, la percezione dei movimenti fetali rendono il bambino reale, seppur non visibile. I movimenti intrauterini segnano un importante momento nella relazione sia con la madre che con il padre, quando questi iniziano ad essere percepibili anche dall’esterno. A partire da questi primi sussulti e colpetti, si gettano le basi per la formazione di quell’inscindibile legame affettivo che unisce un figlio ai propri genitori.

L’ultimo trimestre

L’ultima parte della gravidanza segna l’avvicinarsi del parto. Il corpo della donna diventa sempre più “ingombrante”, la fatica fisica aumenta e nella mente della donna diventa sempre più presente il pensiero al travaglio e al parto. Alcune donne attendo il parto immaginandolo come un evento naturale che fa parte integrante della gravidanza; altre, invece, nutrono un’elevata ansia per questo momento, temendo di provare dolore, di perdere il controllo del proprio corpo, di subire dei danni fisici anche gravi. Sono fondamentali, in questo caso, i corsi di preparazione al parto sia per predisporsi psicologicamente al parto, sia per imparare a controllare la propria ansia e angoscia.

Insieme al parto, si avvicina anche l’idea di poter conoscere veramente e finalmente il proprio bambino. Durante la gravidanza, i genitori hanno ideato un bambino immaginario, frutto di fantasie, aspettative e desideri. Con la nascita i genitori incontreranno il bambino reale, che inevitabilmente sarà diverso da quello immaginato. I genitori dovranno, quindi, elaborare la disillusione legata al bambino immaginato e sostituirlo con il bambino reale.

Per concludere

È importante sottolineare l’indispensabile ruolo che il partner della donna svolge durante tutta la gravidanza. Poter costantemente contare su un compagno sensibile, empatico ed accogliente aiuta la donna ad attraversare le fragilità psicologiche della gravidanza. Un compagno affettuoso e presente sostiene la futura madre, non la fa sentire sola e aiuta ad attenuare le ansie e le preoccupazione, riducendo anche il rischio di disturbi dell’umore nel post-partum.

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Suggerimenti:

Identità, differenze di genere e orientamento sessuale: ecco i conflitti interiori di chi è discriminato dalla società

8905315057_56ce6f208a_oNella differenziazione tra uomini e donne risultano salienti due dimensioni: il sesso e il genere. Il sesso è determinato da specifiche differenze biologiche, ormonali e anatomiche; il genere è riconducibile alle differenze socialmente stabilite che esistono fra i due sessi, in termini di comportamenti distintivi e appropriati.

Pertanto, la femminilità e la maschilità non sono rigidamente determinati dalla dimensione fisica e biologica, poiché bisogna anche tenere in considerazione gli effetti dell’educazione e della cultura.

Possiamo dire che le differenze biologiche e anatomiche tra maschio e femmina vengono poi riprodotte sul piano sociale attraverso il genere, in cui vengono delimitati e incentivati i comportamenti appropriati alle aspettative sociali legate allo status di uomo o donna. Essere donna o uomo è il frutto di definizioni socialmente costruite, apprese e non innate, che si acquisiscono a partire dalla propria morfologia sessuale.

Sulla base anatomica si va a strutturare il processo di apprendimento dell’identità di genere. Con identità di genere si intende la percezione di sé e del proprio comportamento come appartenente ad uno specifico genere sessuale, che si acquisisce attraverso l’esperienza personale e collettiva.

L’acquisizione dell’identità di genere è strettamente collegata alla definizione del ruolo di genere, cioè un modello che include comportamenti, doveri, responsabilità e aspettative connessi alla condizione femminile e maschile. Il ruolo di genere stabilisce come donne o uomini, per essere riconosciuti come tali, devono vestirsi, esprimersi, comportarsi, ecc…

Si tratta quindi di comportamenti attraverso cui si esprime a se stessi e agli altri il genere a cui si sente di appartenere.

Possiamo considerare l’identità di genere come una percezione precoce, profonda, matura e duratura che ci fa sentire di appartenere al genere maschile o a quello femminile.

Nella maggioranza statistica della popolazione tale percezione coincide con il sesso biologico e determina uno specifico ruolo di genere. Attributi sessuali femminili/maschili (sesso) fanno sì che l’individuo si senta donna/uomo (identità di genere) e venga percepita/o dagli altri come donna/uomo (ruolo di genere).

Tuttavia, alcune persone sperimentano una disarmonia tra la conformazione biologica e anatomica del proprio corpo e la propria identità di genere. Infatti, il processo di acquisizione dell’identità di genere non è un evento lineare e univoco, ma può rappresentare un momento doloroso e complesso nella vita di una persona, poiché si può sperimentare una scarsa concordanza con il sesso biologico e con le aspettative sociali a esso correlate.

L’individuo può vivere la non corrispondenza in modo ambivalente, può non riconoscersi come appartenente al proprio sesso biologico e desiderare di appartenere all’altro sesso, oppure può oscillare tra identità di genere diverse. La frattura che si crea spesso sfocia in profondi conflitti interiori, che possono anche raggiungere intensi stati d’ansia e di disorientamento. Si vive una condizione di disagio e malessere nei confronti del sesso biologico, considerato inadeguato ed estraneo alla percezione della propria identità di genere.

Inoltre, al disagio di questi vissuti si possono aggiungere difficoltà sociali e interpersonali, caratterizzate da discriminazione e isolamento. Si utilizza il termine di “transgenerista” (dall’inglese transgender) per connotare coloro che non vivono una corrispondenza perfetta tra sesso e identità di genere, non identificandosi pienamente come “uomo” o “donna”.

È importante inoltre slegare il concetto di identità di genere da quello di orientamento sessuale. È bene specificare che l’orientamento sessuale definisce l’identità della persona, ma non influenza l’identità di genere. Infatti, la persona omosessuale o bisessuale può vivere in modo soddisfacente la propria appartenenza al genere maschile o femminile, mantenendo i comportamenti tipici del genere di appartenenza e non desiderando alcuna modifica del proprio corpo.

L’orientamento sessuale rappresenta il modo con cui gli esseri umani intrecciano legami affettivi, stabilendo l’attrazione emozionale e sessuale che si può provare verso individui dello stesso sesso (omosessualità), di sesso opposto (eterosessualità) o di entrambi i sessi (bisessualità). La percezione del proprio orientamento sessuale, solitamente, inizia a svilupparsi già nell’infanzia raggiungendo una definizione abbastanza stabile alla fine dell’adolescenza, periodo in cui si costituisce l’identità della persona.

Tuttavia, anche la definizione dell’identità sessuale può essere un percorso travagliato e doloroso, in cui si può vivere una frattura tra ciò che è socialmente definito come “normale” e la naturale inclinazione del proprio desiderio. Sono numerosi i casi in cui la propria attrazione sessuale viene negata e rifiutata, con il conseguente risultato di vivere relazioni insoddisfacenti e frustrate.

Sentimenti di vergogna, inadeguatezza e ansia possono prevalere sul desiderio, mortificato anche dal timore di essere giudicati e discriminati in una società non sempre attenta all’altro e non sempre disponibile a riconoscergli libertà di scelta.

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