Storie d’amore del passato che tormentano il presente

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“Mi ritorni in mente

Bella come sei, forse ancor di più

Mi ritorni in mente

Dolce come mai, come non sei tu.”

L. Battisti

 

Molte persone pensano di aver perso il vero amore, la persona giusta, conosciuta magari nel momento sbagliato. Si ritorna, anche dopo anni, col pensiero a storie passate, delle volte anche semplici frequentazioni, con sentimenti di nostalgia e rimpianto, fantasticando su come era bello e appagante stare con quella persona.

In alcuni casi, infatti, l’amore rimane quasi cristallizzato. Eppure i racconti di queste storie così profondamente rimpiante non sono sempre felici, anzi spesso è esattamente il contrario. Si tratta spesso di relazioni in cui l’altro detiene il potere emotivo, a tal punto che quando se ne va tutto si tinge di grigio e l’unica cosa che rimane è il ricordo. Delle volte sono anche relazioni  tempestose, fatte di liti, scenate o di terzi che si aggiungono alla coppia. Nonostante tutto l’altro è idealizzato, l’unico in grado di poterci donare la felicità che cerchiamo.

È bene chiarire che il grande amore si fonda su un rapporto semplice, spontaneo, naturale e non è mai burrascoso. Se c’è sofferenza, se ci si lascia e ci si riprende, se l’altro ci tiene in pugno non è di certo l’anima gemella che può garantirci una relazione serena. Un buon amore è fatto di corrispondenze tra la nostra identità più profonda e l’altra persona, con la quale questa energia ha una grande affinità.

Inoltre, va ricordato che ogni partner è strettamente legato al momento temporale che si sta vivendo, si adatta al proprio percorso di vita, alla propria crescita individuale rendendolo poi inadeguato in futuro se la crescita non avviene insieme.

Tuttavia, succede di non riuscire a dimenticare un amore del passato, di crederlo ancora oggi il migliore per sé, nonostante il tempo trascorso e nonostante la crescita personale. Si tratta di un’illusione, che può anche diventare un’ossessione, che impedisce all’individuo di godere della freschezza del momento presente, rendendogli difficile la possibilità di aprirsi a nuovi partner magari più adeguati. Rivolgere lo sguardo al passato, a quello che poteva essere e invece non è stato, è un modo per non occuparsi di sé. Il grande amore del passato diventa quindi un alibi per non mettersi in gioco di nuovo e trovare la persona più affine al proprio momento di vita. Questo accade spesso perché il dolore della separazione è stato troppo grande, troppo profondo, e non è stato a pieno metabolizzato ed elaborato. Il dolore intrappola nel passato perché è da lì che nasce, rendendo prigionieri di un sogno ormai irreale. La paura di quel dolore paralizza il presente e impedisce di poterlo vivere a pieno rimettendosi in gioco, è più facile rifugiarsi in quello che era perché è più rassicurante rispetto a un futuro incerto. Inoltre, il ricordo del passato ci fa sentire al sicuro e meno soli.

Quando una storia finisce, è perché non è più valida allo sviluppo della nostra vita. Se non è durata è perché qualcosa dentro di noi già sapeva che non era adatta alle nostre esigenze più profonde, anche se in quel momento non ne eravamo pienamente consapevoli.

 

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Stalking: quando l’amore diventa un ossessione.

2_5eb60a35caNessuno, di fronte alle donne, è più arrogante, aggressivo e sdegnoso dell’uomo malsicuro della propria virilità.
(Simone de Beauvoir)

Intrusione nella vita privata, atteggiamenti molesti, ossessione e persecuzione sono gli elementi che caratterizzano lo stalking. Il termine deriva dal verbo inglese “to stalk” (ossia “fare la posta”, “caccia furtiva”, “avvicinarsi di soppiatto”) ed è stato coniato per la prima volta nel 1997 per indicare quell’insieme di comportamenti ripetuti e invadenti in cui l’altro viene sorvegliato, pedinato e controllato con l’obiettivo di ottenere un contatto o un avvicinamento.

Il soggetto di queste attenzioni e comportamenti non graditi si trasformerà rapidamente in “vittima”, precipitando, dopo un iniziale fastidio, in un baratro di ansia, paura e preoccupazione, che possono interferire con il normale scorrere della vita quotidiana.

Chi è lo stalker?
Il persecutore può essere un estraneo oppure una persona conosciuta dalla vittima, spesso un ex amante che spera di recuperare il rapporto o che desidera vendicarsi.

L’obiettivo dello stalking, nella maggior parte dei casi, è quello di stabilire una relazione sentimentale, attraverso un’invasione della vita dell’altro, imponendo la propria presenza e insistendo anche di fronte a dei rifiuti. Inoltre, talvolta, il persecutore può essere affetto da gravi disturbi psichici, che fanno sì che si convinca di essere sentimentalmente ricambiato o, addirittura, di intrattenere una relazione sentimentale con la vittima. Solitamente questi comportamenti si protraggono per mesi o anni, il che evidenzia la componente patologica dello stalking.

La Sezione Atti persecutori del Reparto Analisi Criminologiche dei Carabinieri ha distinto gli stalker in 5 tipologie:
– il “risentito”: nutre rancore e risentimento, poiché convinto di aver subito degli ingiusti torti sentimentali (tipicamente un ex-partner);
– il “bisognoso d’affetto”: colui che desidera trasformare un rapporto non sentimentale (per esempio un amico o un collega) in una relazione amorosa, convito di poter convincere l’altro attraverso pressioni e insistenza;
– il “corteggiatore incompetente”: colui che, in genere per un tempo limitato, risulta opprimente e invadente perché non conosce le regole del corteggiamento sano;
– il “respinto”: essendo stato in precedenza rifiutato dalla vittima, vorrebbe vendicarsi per il rifiuto precedente e, allo stesso tempo, intrecciare una relazione con la vittima;
– il “predatore”: in questo caso l’obiettivo è prettamente sessuale. Lo stalker prova eccitazione nel perseguitare la vittima e nell’incuterle paura (per esempio voyeur e pedofili).

Pertanto, colui che mette in atto lo stalking sente un profondo legame e nutre intenso attaccamento verso la vittima, la quale però non ricambia tali sentimenti, anche se in passato può esserci stata una relazione sentimentale.

La relazione tra vittima e persecutore è caratterizzata dell’ossessione di quest’ultimo, che porta avanti un inseguimento ripetuto, indesiderato ed invasivo, tale da poter danneggiare la privacy e la salute psicofisica della vittima.

Il persecutore desidera e spera di intrattenere, o di poter riottenere, una relazione intima con l’oggetto della propria ossessione. Questa ossessione può divenire pericolosa e distruttiva, poiché lo stalker, in seguito ai ripetuti e non accettati rifiuti, può vivere elevati livelli di rabbia e di impulsività che non è capace di gestire. La difficoltà nel controllare le proprie emozioni e nell’inibire l’impulsività possono causare una mancanza di controllo comportamentale, che lo induce ad attuare intimidazioni e atti aggressivi verso la vittima.

Lo stalking è, dunque, un comportamento molesto o minaccioso che un individuo adotta in maniera ripetitiva (per esempio sms, lettere, pedinamenti, appostamenti, danneggiamenti delle proprietà della vittima, etc.), che può essere considerato tale se, e solo se, la vittima sperimenta una condizione di profonda angoscia. La paura rappresenta l’elemento fondamentale che permette di inquadrare lo stalking in termini legali, rendendolo perseguibile.

Le ripercussioni dello stalking sulla vittima
Dalle numerose ricerche svolte per valutare quali conseguenze si possano avere sulle vittime di stalking, emergono gravi ripercussioni a livello psicologico, lavorativo e relazionale.

Molte vittime sono costrette ad applicare dei notevoli cambiamenti nello stile di vita e nelle attività quotidiane, riducendo le attività sociali, trovandosi costrette anche a cambiare casa o lavoro.

Dal punto di vista psicologico ed emozionale, i sintomi più comunemente riportati dalle vittime di stalking sono paura, ansia, rabbia, sensi di colpa, vergogna, disturbi del sonno, reazioni depressive con sensazioni di impotenza, disperazione, paura e comparsa di idee suicidarie. Sul piano della salute fisica sono stati riscontrati disturbi dell’appetito, abuso di alcool, insonnia, nausea e aumento dell’uso di sigarette.

Tuttavia, non tutte le vittime di stalking reagiscono allo stesso modo. Infatti, i sintomi psicologici possono essere transitori e dipendono dalla capacità della vittima di adattarsi e far fronte ad un evento traumatico.

Lo stalking, pertanto, non si limita a minare solo la vita privata della vittima, ma causa notevoli disagi anche sulla saluta psichica. Un aiuto psicoterapeutico può sostenere la vittima, aiutandola a recuperare la propria libertà e la propria serenità, limitando gli effetti traumatici dello stalking. Infatti, un ambiente terapeutico empatico e non giudicante, permette alla vittima di sentirsi a suo agio, capita e sostenuta, in un contesto protetto che la possa aiutare a recuperare fiducia e speranza.

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Le fasi psicologiche della gravidanza

gravidanza-07La gravidanza è un processo che invita a cedere alla forza invisibile che si nasconde nella vita.
(Judy Ford)

I nove mesi della gestazione servono sia all’embrione, affinché possa svilupparsi e crescere trasformandosi in un bambino, sia alla madre, affinché possa prepararsi ad accogliere fisicamente e psicologicamente il neonato.

I mutamenti psicologici che la madre attraversa durante la gravidanza sono propedeutici a renderla una madre pronta a prendersi amorevolmente cura del suo bambino. I nove mesi della gestazione aiutano la donna a sviluppare un profondo senso di attaccamento, che le consentirà di accudire il proprio bambino dopo la nascita e negli anni futuri.

Durante questi lunghi mesi della gravidanza, la donna incinta vede alternarsi fasi psicologiche molto diverse tra loro.

Il primo trimestre

Il primo trimestre è caratterizzato dalla scoperta della gravidanza, che crea una rivoluzione nella vita della donna e che richiede la ricerca di un nuovo equilibrio. Fisicamente il corpo della donna è soggetto ad intensi mutamenti ormonali e fisiologici, che possono arrecare dei fastidi come stanchezza, nausea, cambiamenti dell’umore, ecc.. Inoltre, i primi tre mesi sono una fase delicata della gravidanza a causa del rischio di interruzioni spontanee e precoci. Pertanto, la donna in alcuni casi la donna non riesce a gioire a pieno della gravidanza, perché sopraffatta dai timori e dalle ansie.

Vi sono, inoltre, delle preoccupazioni legate allo stato di salute del bambino. Infatti, preoccupazioni molto comuni sono relative allo sviluppo adeguato e normale dell’embrione, che non abbia malattie genetiche, malformazioni o altre patologie. Da questo punto di vista, farsi costantemente seguire dal personale medico o ostetrico è un modo per trovare risposte a dubbi e paure legittimi e comprensibili. È quindi importante per la donna trovare del personale medico che sia, dal punto di vista professionale e umano, in grado di accogliere, senza pregiudizio, le preoccupazioni e gli stati d’animo della madre.

Il secondo trimestre

Il secondo trimestre appare come un periodo nettamente diverso. È possibile rasserenarsi maggiormente circa l’eventualità di un aborto spontaneo, lasciandosi trasportare finalmente dalle fantasie relative al bambino e alla propria maternità. Inoltre, lo stato fisico della madre ritrova rinnovato benessere ed energia, rendendo questi mesi i migliori, sia dal punto di vista fisico che psicologico.

In particolare, per quanto riguarda la sessualità, nei primi mesi il timore di poter nuocere all’embrione condiziona nettamente la vita sessuale di molte coppie. Invece, il secondo trimestre consente di ritrovare una maggiore intimità di coppia, grazie anche al fatto che il corpo della donna consente ancora una certa agilità nei movimenti.

Dal punto di vista psicologico, la percezione dei movimenti fetali rendono il bambino reale, seppur non visibile. I movimenti intrauterini segnano un importante momento nella relazione sia con la madre che con il padre, quando questi iniziano ad essere percepibili anche dall’esterno. A partire da questi primi sussulti e colpetti, si gettano le basi per la formazione di quell’inscindibile legame affettivo che unisce un figlio ai propri genitori.

L’ultimo trimestre

L’ultima parte della gravidanza segna l’avvicinarsi del parto. Il corpo della donna diventa sempre più “ingombrante”, la fatica fisica aumenta e nella mente della donna diventa sempre più presente il pensiero al travaglio e al parto. Alcune donne attendo il parto immaginandolo come un evento naturale che fa parte integrante della gravidanza; altre, invece, nutrono un’elevata ansia per questo momento, temendo di provare dolore, di perdere il controllo del proprio corpo, di subire dei danni fisici anche gravi. Sono fondamentali, in questo caso, i corsi di preparazione al parto sia per predisporsi psicologicamente al parto, sia per imparare a controllare la propria ansia e angoscia.

Insieme al parto, si avvicina anche l’idea di poter conoscere veramente e finalmente il proprio bambino. Durante la gravidanza, i genitori hanno ideato un bambino immaginario, frutto di fantasie, aspettative e desideri. Con la nascita i genitori incontreranno il bambino reale, che inevitabilmente sarà diverso da quello immaginato. I genitori dovranno, quindi, elaborare la disillusione legata al bambino immaginato e sostituirlo con il bambino reale.

Per concludere

È importante sottolineare l’indispensabile ruolo che il partner della donna svolge durante tutta la gravidanza. Poter costantemente contare su un compagno sensibile, empatico ed accogliente aiuta la donna ad attraversare le fragilità psicologiche della gravidanza. Un compagno affettuoso e presente sostiene la futura madre, non la fa sentire sola e aiuta ad attenuare le ansie e le preoccupazione, riducendo anche il rischio di disturbi dell’umore nel post-partum.

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Suggerimenti:

Identità, differenze di genere e orientamento sessuale: ecco i conflitti interiori di chi è discriminato dalla società

8905315057_56ce6f208a_oNella differenziazione tra uomini e donne risultano salienti due dimensioni: il sesso e il genere. Il sesso è determinato da specifiche differenze biologiche, ormonali e anatomiche; il genere è riconducibile alle differenze socialmente stabilite che esistono fra i due sessi, in termini di comportamenti distintivi e appropriati.

Pertanto, la femminilità e la maschilità non sono rigidamente determinati dalla dimensione fisica e biologica, poiché bisogna anche tenere in considerazione gli effetti dell’educazione e della cultura.

Possiamo dire che le differenze biologiche e anatomiche tra maschio e femmina vengono poi riprodotte sul piano sociale attraverso il genere, in cui vengono delimitati e incentivati i comportamenti appropriati alle aspettative sociali legate allo status di uomo o donna. Essere donna o uomo è il frutto di definizioni socialmente costruite, apprese e non innate, che si acquisiscono a partire dalla propria morfologia sessuale.

Sulla base anatomica si va a strutturare il processo di apprendimento dell’identità di genere. Con identità di genere si intende la percezione di sé e del proprio comportamento come appartenente ad uno specifico genere sessuale, che si acquisisce attraverso l’esperienza personale e collettiva.

L’acquisizione dell’identità di genere è strettamente collegata alla definizione del ruolo di genere, cioè un modello che include comportamenti, doveri, responsabilità e aspettative connessi alla condizione femminile e maschile. Il ruolo di genere stabilisce come donne o uomini, per essere riconosciuti come tali, devono vestirsi, esprimersi, comportarsi, ecc…

Si tratta quindi di comportamenti attraverso cui si esprime a se stessi e agli altri il genere a cui si sente di appartenere.

Possiamo considerare l’identità di genere come una percezione precoce, profonda, matura e duratura che ci fa sentire di appartenere al genere maschile o a quello femminile.

Nella maggioranza statistica della popolazione tale percezione coincide con il sesso biologico e determina uno specifico ruolo di genere. Attributi sessuali femminili/maschili (sesso) fanno sì che l’individuo si senta donna/uomo (identità di genere) e venga percepita/o dagli altri come donna/uomo (ruolo di genere).

Tuttavia, alcune persone sperimentano una disarmonia tra la conformazione biologica e anatomica del proprio corpo e la propria identità di genere. Infatti, il processo di acquisizione dell’identità di genere non è un evento lineare e univoco, ma può rappresentare un momento doloroso e complesso nella vita di una persona, poiché si può sperimentare una scarsa concordanza con il sesso biologico e con le aspettative sociali a esso correlate.

L’individuo può vivere la non corrispondenza in modo ambivalente, può non riconoscersi come appartenente al proprio sesso biologico e desiderare di appartenere all’altro sesso, oppure può oscillare tra identità di genere diverse. La frattura che si crea spesso sfocia in profondi conflitti interiori, che possono anche raggiungere intensi stati d’ansia e di disorientamento. Si vive una condizione di disagio e malessere nei confronti del sesso biologico, considerato inadeguato ed estraneo alla percezione della propria identità di genere.

Inoltre, al disagio di questi vissuti si possono aggiungere difficoltà sociali e interpersonali, caratterizzate da discriminazione e isolamento. Si utilizza il termine di “transgenerista” (dall’inglese transgender) per connotare coloro che non vivono una corrispondenza perfetta tra sesso e identità di genere, non identificandosi pienamente come “uomo” o “donna”.

È importante inoltre slegare il concetto di identità di genere da quello di orientamento sessuale. È bene specificare che l’orientamento sessuale definisce l’identità della persona, ma non influenza l’identità di genere. Infatti, la persona omosessuale o bisessuale può vivere in modo soddisfacente la propria appartenenza al genere maschile o femminile, mantenendo i comportamenti tipici del genere di appartenenza e non desiderando alcuna modifica del proprio corpo.

L’orientamento sessuale rappresenta il modo con cui gli esseri umani intrecciano legami affettivi, stabilendo l’attrazione emozionale e sessuale che si può provare verso individui dello stesso sesso (omosessualità), di sesso opposto (eterosessualità) o di entrambi i sessi (bisessualità). La percezione del proprio orientamento sessuale, solitamente, inizia a svilupparsi già nell’infanzia raggiungendo una definizione abbastanza stabile alla fine dell’adolescenza, periodo in cui si costituisce l’identità della persona.

Tuttavia, anche la definizione dell’identità sessuale può essere un percorso travagliato e doloroso, in cui si può vivere una frattura tra ciò che è socialmente definito come “normale” e la naturale inclinazione del proprio desiderio. Sono numerosi i casi in cui la propria attrazione sessuale viene negata e rifiutata, con il conseguente risultato di vivere relazioni insoddisfacenti e frustrate.

Sentimenti di vergogna, inadeguatezza e ansia possono prevalere sul desiderio, mortificato anche dal timore di essere giudicati e discriminati in una società non sempre attenta all’altro e non sempre disponibile a riconoscergli libertà di scelta.

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Riconoscere e curare gli attacchi di panico

attacchi-di-panico-padova-2Sono andato in tilt sul marciapiede sotto casa.
Si parla di un attacco di panico, o di una cardiopatia, e per la mia mente paurosa è possibile che non sopravviva ai prossimi 10 minuti.

G. Allevi

Gli attacchi di panico sono un disturbo diffuso nel mondo occidentale, infatti la percentuale di individui che nell’arco della propria vita può soffrirne è di circa l’1,6%, con una frequenza maggiore nelle donne (3 su 1 rispetto agli uomini). L’età in cui il disturbo si manifesta per la prima volta si aggira tra i 15 e i 40 anni, tuttavia vi sono anche casi di esordi oltre i 60 anni.

Caratteristiche

Il primo attacco di panico è solitamente improvviso e particolarmente traumatico, poiché può avvenire in qualunque circostanza e senza alcun preavviso, manifestandosi come una crisi di intensa e pervasiva ansia, che raggiunge il proprio culmine nel giro di 10 minuti. Quindi, a differenza di un comune stato d’ansia, l’attacco di panico è improvviso, rapido e violento.

Affinché si possa parlare di un vero e proprio attacco di panico è necessario che siano presenti almeno 4 dei seguenti sintomi:
1. Palpitazioni/tachicardia (elevato numero di battiti, agitazione nel petto, sensazione di avere il battito in gola);
2. Sudorazione;
3. Tremori;
4. Dispnea (ossia respiro corto o mancanza di respiro);
5. Sensazione di soffocamento (stretta o nodo alla gola);
6. Dolore o fastidio al petto;
7. Nausea o dolori addominali;
8. Sensazioni di sbandamento e instabilità (capogiri e vertigini);
9. Sentimenti di irrealtà (ossia la sensazione che il mondo esterno non sia reale o la sensazione di estraneità dal proprio corpo e dai propri pensieri);
10. Paura di perdere il controllo o di impazzire (ad esempio, la paura di fare qualcosa di imbarazzante in pubblico o la paura di scappare quando colpisce il panico o di perdere la calma);
11. Paura di morire;
12. Parestesie (sensazioni di intorpidimento o formicolio);
13. Improvvise vampate di calore o brividi di freddo.

Questa descrizione rende l’idea della drammaticità della prima crisi, sia perché coinvolge quasi tutto il corpo ma, soprattutto, per la sofferenza psicologica che scatena. Di fronte a questi sintomi è normale provare disagio, confusione e paura, proprio perché risulta difficile comprendere la natura e la causa di un malessere così intenso e stravolgente.

Un singolo e isolato attacco di panico, che si manifesta nel corso di tutta la vita, oppure il manifestarsi di un nuovo attacco di panico a distanza di anni dal primo non permettono una diagnosi da Disturbo da Attacchi di Panico, poiché le crisi di panico devono essere ricorrenti.

Inoltre, il disturbo non si limita all’attacco di panico in sé per sé, ma inizia a creare una sensazione di disagio in vari ambiti della vita quotidiana. In particolare, nel mese successivo al primo episodio solitamente si verifica il timore che possano presentarsi nuovi attacchi, si inizia a temere le implicazioni e le conseguenze di questi episodi arrivando anche a modificare le proprie abitudini. Sono molte le persone che iniziano a evitare le situazioni in cui è avvenuto in precedenza un attacco di panico o in cui si teme che possa verificarsi.

Di solito si evitano i luoghi affollati come i mezzi pubblici, i centri commerciali o il cinema e quando le situazioni da evitare diventato più ricorrenti e costanti si può parlare di una vera e propria Agorafobia, in questo caso viene diagnosticato un Disturbo da Attacchi di Panico con Agorafobia.

Da non sottovalutare

Nonostante la sua alta diffusione, l’attacco di panico non è un sintomo da sottovalutare, poiché può portare a gravi complicazioni che colpiscono quasi ogni ambito della vita di chi ne soffre. Infatti, il timore che un nuovo attacco possa verificarsi può diventare talmente tanto intenso da costringere la persona a vivere in un costante stato di paura, a discapito della qualità della vita.

Insieme all’attacco di panico si inizia ad aver paura di guidare o di uscire da casa, quindi le situazioni sociali e conviviali, come anche una semplice passeggiata, vengono evitate, con la conseguenza di impoverimento della vita sociale, relazionale e affettiva della persona.

Negli adolescenti iniziano i primi problemi a scuola, come per esempio le numerose assenze o l’isolamento in classe. Mentre negli adulti sono frequenti i problemi su lavoro, come la difficoltà di stare concentrati e l’ansia di poter avere un attacco, che possono causare un vero e proprio rischio finanziario per la famiglia.

Viene compromessa anche l’autostima e si inizia a perdere fiducia nelle proprie capacità e nel futuro. Ovviamente il tono dell’umore ne risente: spesso ci si sente tristi e apatici, poiché inizia a farsi largo l’idea che non ci sia una via di uscita. Condannati alla sofferenza e al terrore insanabile, ci si scoraggia e ci si sente soli, poiché sembra che nessuno possa capire la propria sofferenza.

La Terapia

Solitamente la prima diagnosi avviene o al pronto soccorso, dove ci si reca spaventati dall’attacco di panico, oppure dal medico di base. Ciò permette il primo e fondamentale passo, ossia quello di definire la malattia, la possibilità di darle un nome infatti rassicura, soprattutto circa il proprio stato di salute, e consente di intraprendere con maggiore motivazione la terapia.

La terapia prevede generalmente l’uso di farmaci ansiolitici (prescritti solitamente da uno psichiatra di riferimento) a cui risulta utile e fondamentale associare un intervento psicoterapeutico al fine di rendere più duraturo e stabile l’effetto dei farmaci, soprattutto quando questi verranno interrotti.

Infatti, un percorso psicoterapeutico permette di raccontarsi ad uno specialista che capisce come ci sente, che accoglie il dolore e lo spiega, facendo sì che il trauma dell’attacco di panico possa essere esplorato e possano essere trovate le cause psicologiche.
Parlare di sé e del proprio dolore consente alla persona di recuperare in modo consapevole la propria autonomia riconquistando i propri spazi e le proprie abitudini, limitate e mortificate dalla malattia.

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Trovate questo articolo anche su: http://www.insanitas.it/diffusi-e-da-non-sottovalutare-ecco-come-riconoscere-e-curare-gli-attacchi-di-panico/

Depressione post partum: come intervenire?

images“Con il tempo starò bene, ma adesso ho bisogno di voi, per avere una spalla su cui piangere o un po’ di comprensione.” S. H.

Il parto oltre ad essere il trionfo della maternità è anche un momento complesso e delicato per ogni donna, poiché il bambino che ha fantasiosamente immaginato per 9 mesi adesso è reale e ciò crea un inevitabile scarto tra immagine idealizzata e realtà. La differenza tra bambino immaginario e bambino reale, tra fantasia e vita, fa sì che il figlio nato non coincida perfettamente con quello atteso, producendo un inevitabile effetto di malinconia.

Inoltre, la donna, ora madre, deve affrontare una tortuosa crisi d’identità, deve ridefinire se stessa nel passaggio da donna a madre. Questi compiti evolutivi non sono semplici da affrontare e spesso si intrecciano con difficoltà sociali, familiari e relazionali proprie della donna, divenendo ancora più complessi, quasi insormontabili.

La sofferenza materna è il più delle volte muta e poco evidente, poiché le donne dissimulano il loro dolore per vergogna, per timore di essere giudicate, per paura che qualcuno intervenga nella relazione con il bambino e glielo tolga, e per la disperazione di non essere come il loro ideale di madre.

La donna può costatare di non provare per il proprio bambino l’emozione, la tenerezza e la sollecitudine che l’opinione comune le impone di manifestare; in alcuni casi la spinta interna verso il figlio è sostituita dalla freddezza e dal disinteresse. Spesso, proprio questo senso di incapacità, di impotenza, di indegnità, che la lascia pietrificata e inerte non sapendo che fare, ostacola l’approccio verso il figlio. L’obiettivo dell’intervento clinico pertanto è quello di ricongiungere e sintonizzare la coppia madre-bambino, attenuando i vissuti spiacevoli.

Il ruolo del padre

Uomini e donne reagiscono differentemente al nuovo compito della genitorialità: le madri, di solito, si preoccupano dell’intimità e delle relazioni affettive, invece i padri tendono a occuparsi delle questioni pratiche. Inoltre, gli uomini tendono a vivere male la paternità quando percepiscono grandi cambiamenti nelle compagne e nella relazione di coppia.

Molte donne che soffrono di depressione nel post partum considerano carente la relazione con il marito, sotto il punto di vista dell’accordo, del sostegno e della soddisfazione. Infatti, la depressione può esasperare dei problemi di coppia già esistenti prima della gravidanza, che a loro volta possono influenzare delle reazioni depressive postnatali. La depressione, pertanto, sembra rendere le relazioni di coppia più difficili, aumenta le tensioni e le fa perdurare nel tempo.

Viceversa un partner disponibile a livello emotivo, senza problematiche di tipo psicologico e in grado di sostenere la madre è un importante fattore di protezione. Infatti, un padre equilibrato non solo sostiene la madre in difficoltà, ma compensa anche gli effetti della depressione materna sul bambino, diminuendo il possibile rischio di una patologia psichica.

Quindi, per ottenere migliori risultati dall’intervento su donne depresse, risulta utile valutare anche il partner; valutare il suo grado di soddisfazione nel rapporto di coppia, il suo attaccamento al bambino.

La diagnosi

La valutazione della Depressione Post Partum è di primaria importanza per promuovere un intervento rapido e tempestivo, sia sulla donna, sia sulla relazione madre-bambino, nonché sulla relazione di coppia.

Una corretta diagnosi permette:

  • di individuare, sin dalla gravidanza, le donne a rischio di un disturbo depressivo dopo il parto;
  • di individuare correttamente e tempestivamente le donne che soffrono di depressione nel post partum.

Tuttavia, la diagnosi non è un’operazione facile, poiché spesso la donna stessa non riconosce i sintomi di allarme, ciò diminuisce le possibilità che questa si rivolga ad uno specialista. Inoltre, spesso i primi segnali della depressione vengono confusi con normali aggiustamenti post partum, elemento che ritarda ulteriormente la richiesta di aiuto.

L’intervento terapeutico

Esistono due principali approcci di trattamento per la depressione post partum, l’approccio psicologico e quello farmacologico. Spesso, l’approccio psicologico è differente in base alla forma del trattamento prescelto, all’orientamento teorico e al terapeuta. Questa forma di supporto ha fornito dei risultati incoraggianti nel trattamento delle depressione, dimostrati da numerosi dati scientifici, e può essere combinato con un trattamento farmacologico.

Inoltre, affinché un intervento psicologico sia efficace per la depressione postnatale è necessario adottare un approccio olistico, che fornisca alle madri le abilità necessarie per attuare dei cambiamenti positivi in diverse aree della loro vita, al fine di aiutare la donna a capire quali elementi hanno contribuito all’insorgere della depressione.

Inoltre, i trattamenti sulla depressione postnatale non hanno effetti solo sulla madre e non sono sempre indirizzati solo alla madre. Infatti, una terapia mirata a migliorare lo stato dell’umore materno è indirettamente d’aiuto anche alla relazione di coppia e al rapporto madre-bambino, migliorando le condizioni psicofisiche del bambino.

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