Depressione post partum e paternità

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A volte penso che mio padre sia una fisarmonica. Quando lui mi guarda e sorride e respira, sento le note.
Markus Zusak

Numerosi studi hanno dimostrato che avere un partner disponibile a livello emotivo, senza problematiche di tipo psicologico e altamente supportivo per la donna è un importante fattore di protezione dalla depressione post partum. È stata rilevata una significativa correlazione tra i sintomi della sfera depressiva e l’assenza di sostegno da parte del partner. Un padre equilibrato, infatti, non solo sostiene la madre in difficoltà ma compensa anche agli effetti della depressione materna sul bambino, diminuendo il possibile rischio di una patologia psichica.
Si osserva che i figli di madri depresse si ritrovano ad avere spesso anche padri depressi. Per la precisione, più di un terzo dei compagni di donne affette da depressione post partum sono portatori di problematiche psicologiche e circa il 13-15% dei neo-padri presentano sintomi depressivi.

La nascita di un figlio, infatti, può scatenare in entrambi i genitori fenomeni di tipo depressivo, connessi frequentemente alla ristrutturazione di un nuovo equilibrio necessario per consentire il passaggio da coppia coniugale a coppia genitoriale.
L’uomo diventa allo stesso tempo figlio e padre e tale doppio ruolo può generare delle ansie relative al proprio compito di marito e genitore, entrando in conflitto con il proprio ruolo di figlio e riportando alla mente il ricordo di come sono stati i propri genitori.
Nello specifico, la depressione che si verifica nei neo-padri è imputabile a tre tipologie di difficoltà:

  • un’incapacità del genitore di creare un legame con il figlio, poiché si sente escluso dalla coppia madre e bambino. L’uomo, in questo caso, vive un trauma paragonabile a quello della nascita di un fratellino, che assorbe la madre con le proprie richieste di cura e priva il marito/figlio delle attenzioni e dell’amore assoluto della moglie/madre.
  • la presenza di conflitti interiori non risolti con i propri genitori, che impediscono la relazione con il figlio.
  • problemi nell’accettazione del proprio ruolo di uomo e padre.
IN CONCLUSIONE…

Il lavoro per divenire padre, quindi, può essere ostacolato da sentimenti contrastanti, da gelosie verso il figlio, da ambivalenze verso i propri genitori, dall’invidia verso la capacità generativa della donna e da conflitti non risolti con la propria identità sessuale.

A causa di questi vissuti ostili verso il neonato, il genitore non si sente degno di amore, non si sente accettato e compreso, andando incontro a una definizione negativa di se stesso.

La transizione alla paternità, dunque, comporta un lavoro psichico complesso, che richiede una struttura di personalità stabile e flessibile. Se questo non è possibile, il rischio può essere una paternità formale, una paternità concorrente o una depressione paterna che blocca e svuota la capacità del genitore.

Pagina FB: https://www.facebook.com/dott.ssamoniacrimaldi/

Suggerimenti:

 

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Autore: Dott.ssa Monia Crimaldi

Psicologa e Psicoterapeuta in formazione. Per contatti: cel. 3208365171 mail:monia.crimaldi@gmail.com

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